Ogni mattina, a bordo del bus che mi porta in ufficio, passo davanti
all'ambasciara italiana.
Si trova vicino al planetario, amo le cose
sferiche e quel cupolone metallico mi fa simpatia, la bandiera italiana
accanto a quella europea, quasi divertente considerarci una comunità con
gli altri stati europei, e di fronte il Proud of Africa, l'orgoglio
africano, uno degli hotel più lussuosi costruito per i mondiali del
2010.
Siamo ancora nella zona vicino ai Giardini della Compagnia (ndr.
Della Compagnia delle Indie, i giardini che la Compagnia, qui appunto
chiamata solo così, fece costruire deviando uno dei ruscelli che
scendevano da Table Mountain, per creare una zona dove coltivare frutta e
verdura per i loro rifornimenti), sul marciapiede, di fronte ad una
delle chiese su Orange Street, e qui possiamo trovare templi per ogni
confessione, c'è un uomo che lavora.
Lo noto da molte mattine, la
prima mattina che lo vidi sembrava stesse rovistando in qualcosa, che
non era spazzatura, ma qualche scarto legnoso, capii il secondo giorno,
quando lo vidi ripulire le assi da chiodi e materiale in eccesso, il
terzo giorno le assi erano ben distese a terra e l'uomo le stava
assemblando, il quarto giorno non c'era più.
Quell'uomo era un homeless: home=casa, less=senza.
Quell'uomo
aveva lavorato per tre giorni ad un progetto, aveva trovato del legno
da qualche parte, l'aveva ripulito, e aveva pensato di creare qualcosa
che forse a qualcuno sarebbe servito, quell'uomo senza casa, non si è
lasciato sopravvivere ma ha dato un senso ed uno scopo ai suoi giorni,
forse solo per poter mangiare qualcosa alla fine dei tre giorni.
Quanta dignità c'è nella povertà.
Quanti di noi, avrebbero la caparbietà del fare e non la rassegnazione del lasciarsi sopravvivere.
Tu,
se non fossi nato dove sei nato, con tutte le fortune che ti sono state
regalate, con le sicurezze, la stabilità e la ricchezze delle quali sei
stato circondato, tu, su quel marciapiede ...che faresti?

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